Il Sorriso di Maria

“Sono un aborto mancato. Il mio “capolavoro” resta Gesù di Nazareth.”- Franco Zeffirelli e la Fede

“Sono arrivato a trovare personalmente il segreto per dare pace alle mie ansie e ai miei dolori: il Bene, che è motore di tutte le virtù e conforto per i mali del mondo. Chiediamoci tutti se quello che ci manca è la soluzione magica di servire il bene, fare del bene e amare il bene”.

È scomparso a 96 anni Franco Zeffirelli, 70 anni di carriera tra teatro, lirica e cinema. Allievo di Visconti, ha segnato l’immaginario popolare con il suo Gesù di Nazareth  

«Quello che davvero mi manca è il contatto spirituale con le persone. Il pensare insieme, il creare insieme arte» diceva. Guardava lontano. Perché, da uomo di fede come non ha mai nascosto di esserlo – «nonostante i miei peccati», ammetteva – era convinto che «dobbiamo sperare. Solo quello. Affidarci e sperare»
«Il mio capolavoro resta Gesù di Nazareth. Mentre giravo il film chiedevo consigli a papa Paolo VI»

 Fa un respiro profondo. E guarda lontano, verso il cielo che è azzurro, di quell’azzurro che non si vede così spesso. «Dobbiamo sperare. Solo quello. Affidarci e sperare. La fede è un dono, ne sono certo. L’ho avuto e devo tenerlo stretto». Il sole illumina e riscalda uno dei tanti pomeriggi romani durante i quali a Franco Zeffirelli piace passare qualche momento in giardino. «Mi metto qui. Guardo la natura. Il cielo. E penso. Penso che il passato non torna. Ma non mi intristisco perché ho avuto una vita piena, nonostante sia partita in salita: figlio illegittimo, una mamma morta quando avevo solo sei anni, cresciuto da una zia». 
Gianfranco Corsi, in arte Zeffirelli, nasce a Firenze nel 1923 dall’unione clandestina di una coppia di amanti e, in quanto figlio illegittimo di donna sposata non può ricevere né il cognome della madre né quello del padre, Ottorino Corsi.  

“Sono ‘figlio di ignoti’, N.N. (nescio nomen, ndr). Ma c’era una regola, i cognomi degli illegittimi venivano scelti a partire da una lettera, a rotazione. In quei giorni era il momento della ‘Z’. Cosi mia madre suggerì che mi chiamassero ‘Zeffiretti’, da un’aria di Mozart da lei molto amata (l’Idomeneo ndr). Nella trascrizione, l’impiegato fece un errore, mise due ‘l’ al posto delle ‘t’. Cosi io divenni Zeffirelli”, racconterà in un’intervista al settimanale Sette. Il regista, dopo la morte della madre, trascorre la sua infanzia nell’Istituto degli Innocenti di Firenze finché la zia paterna lo prende in custodia e lo porta a casa sua. Suo padre naturale lo riconoscerà a 19 anni ma, ormai, per Zeffirelli, che nel ‘99 racconterà la storia della sua infanzia col film Un tè con Mussolini, è troppo tardi per separarsi da quel ‘falso’ cognome che sarà regolarizzato solo dopo il suo ingresso in Senato. Nel collegio del Convento di San Marco a Firenze Giorgio La Pira, storico esponente della Dc e futuro sindaco di Firenze, è suo istitutore:“Fu lui a spiegarmi che l’aborto è un crimine e che i totalitarismi, fascismo nazismo comunismo, sono tutti uguali, ma il comunismo è più pericoloso”, rivelerà Zeffirelli che, durante gli anni della guerra fece la Resistenza da cattolico liberale. “Rischiai di essere ammazzato dai comunisti. Li vidi – dirà in un’intervista – fare cose orribili, assassinare un prete solo perché aveva benedetto le salme dei fascisti e gettare il suo corpo nella fossa che usavano come latrina”. 

Cattolico convinto e la sua omosessualità non ha mai danneggiato i suoi rapporti con la Chiesa, sebbene abbia raccontato di essere stato molestato da un prete.“Si rilassò, dopo aver soddisfatto il suo desiderio inconfessato con il semplice contatto del mio corpo… Poi però corse al suo inginocchiatoio piangendo calde lacrime di pentimento”, racconterà Zeffirelli. Il regista è sempre stato molto riservato riguardo alla sua sessualità e ha sempre odiato la parola gay e i Gay Pride“È l’etimologia. Nasce nella cultura puritana: l’idea che, per bilanciare questa “anomalia”, devi essere simpatico, gaio. E così in America vediamo questa roba da carnevale, si truccano come pagliacci, tutti felici e allegroni, sei così spiritoso e divertente che ti chiamano gay. Una specie di attenuante. Ma si può? Dire a Michelangelo che è gay? A Leonardo? Andiamo, essere omosessuali significa portare un grave peso di responsabilità, scelte difficili: sociali, umane e di cultura”.
Nel 1977 arriva un nuovo successo: Gesù di Nazareth, una coproduzione internazionale per la tivù trasmessa in cinque puntate che, poi, viene ridotta per il cinema. Il film accresce la sua notorietà: “Paolo VI dopo aver visto il mio Gesù di Nazareth, – racconta – mi chiese che cosa la Chiesa potesse fare per me. Gli risposi: ‘Vorrei che quest’opera arrivasse anche in Russia’. Lui mi disse profeticamente: ‘Abbia fede, presto sul Cremlino sventoleranno le bandiere della Madonna al posto di quelle rosse’”. Nello stesso anno, riceve dal Capo dello Stato l’onorificenza di Grand’Ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana.
 «Quello che davvero mi manca è il contatto spirituale con le persone. Il pensare insieme, il creare insieme arte».
  Paolo VI :«Lo conoscevo già quando era Giovanni Battista Montini, arcivescovo di Milano. Amava frequentare gli artisti. Poi divenne papa. Il 24 dicembre 1974 era mia la regia tv della messa solenne della notte di Natale con l’apertura della Porta Santa per l’inizio del Giubileo» ricorda Zeffirelli che poi con la sua carrozzina, «un tormento necessario», si avvicina a un tavolino. Un’altra foto, quella di Robert Powell nel Gesù di Nazareth. «Quando lavoravo alla preparazione del film mi rivolsi più volte a papa Montini per avere un confronto e per essere certo di camminare sulla strada giusta». Il maestro resta un attimo in silenzio. Poi torna a parlare di fede, «quella alla quale mi sono aggrappato nei momenti difficili, da peccatore certo, ma soprattutto da uomo che ha sempre riposto la fiducia nel Signore. Anche per questo penso che il mio “capolavoro” resti il Gesù di Nazareth. E anche ora, che mi sposto su una sedia a rotelle, vivo l’inevitabile sofferenza nello spirito evangelico dell’affidamento, del saperci figli di un Dio che ci ama, ci ammonisce, ci sprona». Nel salotto una Pietà settecentesca. «Tutti i dolori e i drammi che ho vissuto nella mia vita, penso a quante persone care ho dovuto accompagnare nell’ultimo viaggio, li ho vissuti in una dimensione di speranza». Sorride guardando un’altra foto. Quella del recente incontro con Papa Francesco, «un regalo che mi ha fatto la vita. In Bergoglio ho ritrovato quello spirito francescano che ho voluto mettere in Fratello sole, sorella luna».
Ancora il cinema. È ora di pranzo. «Quante cose ho fatto – sospira –. Mi stupisco guardando indietro. Anche se c’è un progetto che resta nel cassetto». Zeffirelli chiede di portargli un raccoglitore. «È la sceneggiatura per un film sull’Inferno di Dante. L’ho progettato nel 1962, ma non l’ho mai realizzato ». Lo apre con cura e si materializza la Selva oscura. Il tratto inconfondibile del maestro evoca la prima scena di questo film che non è stato mai girato. Un luogo buio, prima tappa di un viaggio dell’anima come è la Divina Commedia. Il nero lascia spazio al grigio delle rocce, la porta dell’oltretomba come l’ha immaginata Zeffirelli. Poi, mano a amano che si attraversano i gironi e si scende verso il centro dell’Inferno, il rosso si fa sempre più intenso. Creature mostruose «che prenderanno vita a Firenze. Perché una sala della fondazione che stiamo allestendo nel palazzo di piazza San Firenze sarà dedicata proprio all’Inferno». Elaborazioni in 3D proveranno a dar corpo, anche se solo virtualmente, il progetto del film dopo più di cinquant’anni. «Lavoro ogni giorno alla mia fondazione. E sono contento che Firenze ci abbia dato ospitalità». Lo sguardo va ancora lontano. «Il Paradiso? Non penso che sarà un luogo dove la storia si ripeterà, ma immagino possa essere un luogo dei ricordi dove la nostra vita sarà compiuta dall’incontro con Dio». Gli occhi si chiudono.

 “Francesco  è lo spirito gemello di ognuno di noi, e a differenza di tutti gli altri Santi che sono pilastri della nostra fede, non lo si sente come uno spirito superiore e spesso inafferrabile che devi accettare per una disciplina dell’anima piuttosto che dal convincimento dei nostri cuori. Nelle notti che seguono a giorni disperati chiediamo a Francesco consiglio e guida per superare il nostro dolore”.

Ai giovani inquieti, a disagio: ”sentire dentro di sè un cuore e uno spirito forti. Se sei forte sceglierai le strade e le pieghe della vita che ti porteranno alla soluzione dei problemi. Se questo non succede bisogna interrogarsi se abbiamo nel cuore una vera, ardente, fortissima fiducia nel corso spirituale della preghiera. Non esiste nella vita di ognuno di noi una minaccia del male che non si possa sconfiggere. Vogliate sempre bene a qualcuno e qualcosa fermamente: l’amore che saprete suscitare sarà l’onda per vincere tutte le battaglie”.


Ciao Zeffirelli, grazie per quello che ci hai donato. Riposa in Pace 

Fonte: ” Il Giornale – Avvenire – Frati di Assisi